Multinazionali e trasparenza: la classifica anticorruzione boccia le banche e il settore tech

in Soldi
L'indagine appena pubblicata da Transparency International valuta le 105 maggiori società quotate in borsa in base al loro impegno pubblico per la trasparenza, equivalente a una minore esposizione ai fenomeni di corruzione.
Da dove provengono i profitti di un'impresa? Dove vengono pagate le tasse? In che misura contribuiscono alle campagne politiche? Sono domande che non sempre ottengono risposta, anche se, come rileva il report, emerge una maggiore propensione delle multinazionali rispetto al passato a pubblicare i propri programmi anticorruzione.
I punteggi delle aziende variano da 0 a 10 - dove 0 è il livello di più bassa trasparenza e 10 è il livello di maggiore trasparenza - e si basano su tre indicatori: l'accessibilità al pubblico delle informazioni relative ai propri sistemi anti-corruzione, la trasparenza delle strutture interne di governance e la quantità delle informazioni finanziarie disponibili per ogni paese in cui operano.
Tra le società che si sono rivelate più trasparenti ci sono quelle attive nel settore dell'estrazione mineraria (petrolio e gas), con la  norvegese Statoil che si piazza al primo posto, con 8,3 punti. I risultati della classifica non sono scontati e riservano qualche sorpresa...

Banche e assicurazioni, campioni di reticenze
Pessimi risultati sono quelli raggiunti dal settore finanziario e assicurativo relativamente alla pubblicazione delle proprie misure interne di trasparenza. Le 24 società finanziarie analizzate hanno ottenuto una valutazione media di solo 4,2 manifestando opacità decisamente inopportune, alla luce del ruolo chiave ricoperto con le recenti crisi dei mercati.  La peggiore è Bank of China (1,1) ultima dell'intera classifica, ma la maglia nera si trova in buona compagnia, con Bank of America (3,2), Goldman Sachs (3,3), Visa (3,5), Barclays (4,0) o Bnp Paribas (5,4).

Web e tecnologici in fondo alla classifica

Microsoft (3,4) 85° posto, Apple (3,2) 91°, Google 95° (2.9) e Amazon 99°. Piazzamenti deludenti dovuti principalmente alla mancanza di disponibilità a divulgare le informazioni finanziarie per i paesi in cui operano.

Le italiane in lizza
Le aziende multinazionali italiane prese in esame dalla ricerca sono due: Eni ed Enel (recentemente apparse nella classifica di Fortune, ripsettivamente al  17° e al 52° posto, tra le 500 imprese del mondo con fatturato più alto). Entrambe hanno ottenuto delle valutazioni positive in generale, si collocano rispettivamente al 20° e al 33° posto, con un punteggio di 6,2 per Eni e 5,9 per Enel.

L'importanza della trasparenza
Il rapporto rileva che nei casi grandi gruppi viene fatta scarsissima luce sui rapporti tra la holding e le relative controllate: 78 società su 150 si sono infatti rifiutate di rendere noti gli elenchi completi delle loro partecipazioni. Condizione indispensabile a controllare i flussi di denaro che possono celare tangenti, riciclaggio, evasione fiscale e altri reati. Ma anche per capire ove sussistano responsabilità della società madre nei confronti di controllate che non rispettino i diritti dei lavoratori e la tutela dell'ambiente.
Rendere noti inoltre i dati relativi ai Paesi in cui si opera è importante per conoscere l'impatto reale sui Governi locali, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo o in quelli dove le istituzioni democratiche sono più deboli, dove la corruzione è una realtà molto forte.
Un altro dato significativo è l'assoluta opacità rispetto ai contributi che le multinazionali forniscono ai partiti politici e alle loro campagne: la metà delle società valutate non pubblica queste informazioni. "Le multinazionali giocano un ruolo fondamentale sul palcoscenico globale della corruzione. È giunto il momento per loro di diventare protagonisti anche nell'identificazione delle soluzioni", ha dichiarato Cobus de Swardt, Managing Director di Transparency International, in un'appello che risponde all'interesse di molti, investitori e cittadini.