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Debito pubblico, vicini al tetto dei 2mila miliardi. Ecco cosa succede se lo Stato va in default

Ogni italiano nasce con 33mila euro di debito contratto dallo Stato. Numeri allarmanti che evocano lo spettro della bancarotta. Il piccolo quadro di una catastrofe possibile

Pubblicato il in Soldi

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A scriverlo ci vogliono 12 zeri, una quantità di denaro che non è facile da immaginare. Ma la novità è che a breve avrà davanti un 2. E' il debito pubblico italiano che ha registrato un nuovo record, avvicinandosi sempre più al vertiginoso tetto di 2mila miliardi. Per l'esattezza a maggio, secondo le rilevazioni di Bankitalia, siamo arrivati 1.966 miliardi e 303 milioni di euro. 17 miliardi di debito in più in un solo mese (ad aprile eravamo a 1.949,242 miliardi). Questo significa - per rendere la cifra più "tangibile" - che sulle spalle di ogni cittadino italiano, neonati compresi, pesa un debito di circa 33mila euro.

La notizia giunge a pochi giorni dal downgrading di Moody's (l'agenzia di rating ha abbassato di due gradini, da A3 a Baa2, il giudizio di affidabilità dei titoli di Stato italiani) ed evoca ancora una volta il più terribile degli spettri: il default dello Stato. Ma cosa significa in concreto "default"? E soprattutto quali sono le ricadute sulle tasche dei cittadini?

I numeri della crisi

Cominciamo dai numeri. Per quanto grande, il debito in sé non è un indicatore sufficiente: va visto in rapporto alla ricchezza prodotta dalla nazione. Ecco i tre indicatori che danno la misura della salute di un'economia europea:

• Rapporto tra debito e Pil: attualmente al 125,8%. Il debito è quanto lo Stato deve ai suoi creditori, cioè tutti coloro (dai piccoli risparmiatori e alle grandi istituzioni finanziarie, agli Stati esteri) che comprando titoli di Stato finanziano la spesa pubblica. Per avere la garanzia di poter essere "onorato", il debito di un paese non dovrebbe superare un certo rapporto con la ricchezza prodotta dallo stesso paese, il Pil appunto. Secondo il "Patto di stabilità", l'accordo che sta alla base dell'euro, questo rapporto non deve superare il 60%.

• Rapporto tra deficit e Pil: per il 2012 è stimato al 2,6%. Il deficit è il "rosso" dello Stato, cioè la differenza tra quello che incassa e quello che spende. In rapporto al Pil il tetto previsto dal Patto di stabilità è del 3%. I tagli alla spesa del governo Monti aiutano a stare sotto la soglia ma bisogna anche fare i conti con un Pil in picchiata (previsto un -1,9% per quest'anno).

• Spread Bund-Btp, al momento attorno ai 480 punti base. E' la differenza di rendimento tra il titolo pubblico decennale tedesco (Bund) e l'equivalente italiano (Btp). Il nostro titolo, cioè, rende il 4,8% in più. Non è segno di salute, ma solo di una "sopravvalutazione" necessaria per rendere appetibile il nostro bond sui mercati internazionali. E un rendimento troppo alto indica solo il rischio di non poter essere pagato.

Il default, ovvero un paese a gambe all'aria

Dunque anche un paese può fallire, come un'impresa. Questo succede quando lo Stato non è più in grado di far fronte ai suoi debiti (e ai relativi interessi) e a sostenere la spesa pubblica (pensioni, sanità, scuola, stipendi dei dipendenti pubblici ecc.).

Il "default" di uno Stato (termine tecnico con cui si indica il fallimento) però non è mai totale, ma ha diversi livelli di gravità. In altre parole lo Stato cerca sempre di "ristrutturare" il suo debito, cioè di raggiungere un accordo per cui, invece di restituire la cifra pattuita, ne rende una inferiore o spalmata su più anni.

Come una qualunque famiglia in difficoltà economica, se lo Stato non ha più soldi può fare sostanzialmente due cose: aumentare le entrate, cioè le tasse, o tagliare le spese. Probabilmente le farà entrambe.

Sul versante delle entrate può aumentare ad esempio le imposte indirette, come ha fatto l'anno scorso con l'aumento dell'aliquota Iva. Col rischio però di deprimere ancora di più i consumi e innescare un circolo vizioso (aumenta l'aliquota ma diminuisce il gettito).

La scure sui costi e i Bot spazzatura

Più direttamente lo Stato può ridurre le sue spese. Le voci di costo che in genere (e sicuramente in Italia) pesano di più sui conti pubblici sono tre: le pensioni, la sanità, le retribuzioni dei dipendenti pubblici.

I primi a cadere sotto la scure saranno gli organici e i salari della Pubblica amministrazione, con pesanti conseguenze sui servizi erogati. La stessa sorte toccherà a sanità e pensioni, che già ora in Italia pesano un quarto del Pil.

La bancarotta ricadrà poi su tutti coloro che hanno investito in titoli di Stato (Bot, Cct ecc.). Il Tesoro non potrà più pagare gli interessi (la cedola periodica) e al momento della scadenza del titolo non si potrà più tornare in possesso dell'investimento iniziale. Qui interviene la ristrutturazione del debito. Lo Stato propone un differimento della restituzione: una parte oggi, una parte domani. Chiaramente un evento del genere porta al crollo del valore del titolo, con possibilità pressoché nulle di rivenderlo.

L'assalto alle banche

L'insolvenza dello Stato si estende quasi automaticamente alle banche. Se i titoli di Stato diventano carta straccia, sono loro le prime a risentirne perché, non ricevendo più gli interessi sul portafoglio, si trovano inevitabilmente a corto di liquidità e rischiano di fallire a loro volta.

Tutto questo innesca un rischiosissimo effetto-domino perché in economia l'elemento psicologico ha un peso enorme: se si diffonde la voce di insolvenza delle banche, tutti i loro clienti correranno a ritirare i depositi prima che sia troppo tardi. Parte l’assalto agli sportelli e non c'è istituto che possa resistere al prelievo contemporaneo di buona parte dei suoi clienti.

In una situazione di questo genere saltano anche i sistemi di sicurezza esistenti, come il Fondo di garanzia sui conti correnti, operante in Italia come in tutti i paesi europei. Il Fondo copre l'insolvenza delle banche fino a un ammontare di 100mila euro per conto corrente e il suo funzionamento dipende da un accordo interbancario. Ma può funzionare in caso di default di una sola banca, non dell'intero sistema creditizio.

Lo scenario è apocalittico ma per ora lontano. L'Italia non è la Grecia. Ma questo è vero anche per le dimensioni e il peso della nostra economia, ben più grossa di quella ellenica. E che un paracadute europeo non basterebbe a salvare. (A.D.M.)