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Licenziamenti, risarcimento ma niente reintegro. Il primo caso di applicazione del nuovo art. 18

Il caso di un muratore licenziato ingiustamente che il giudice non può reintegrare al posto di lavoro. Il primo effetto concreto della riforma Fornero. Le nuove regole

Pubblicato il in Lavoro

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"l'altra" riforma
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Prima o poi doveva arrivare. Ci sono voluti meno di sei mesi perché la riforma del lavoro Fornero cominciasse a dare i suoi effetti in materia di licenziamenti. E' stata depositata in questi giorni l'ordinanza del Tribunale di Milano che per la prima volta ha applicato le nuove regole sul licenziamento illegittimo. La riforma aveva modificato sostanzialmente la disciplina prevista dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori abolendo il reintegro "automatico" e sostituendolo in alcuni casi con un semplice risarcimento economico. Per la prima volta, quindi, un lavoratore licenziato ingiustamente non deve essere riassunto ma viene risarcito con 20 mensilità.

Non si torna la lavoro anche se il licenziamento è ingiusto

Il caso riguarda un muratore licenziato dalla sua impresa perché l'appalto al quale stava lavorando era terminato. L'impresa aveva quindi sostenuto che ci fosse un "giustificato motivo oggettivo". Il lavoratore le ha fatto causa e il giudice gli ha dato ragione: il licenziamento era effettivamente illegittimo perché il datore di lavoro non ha dimostrato l'impossibilità di reimpiegare il dipendente in altri appalti gestiti dalla stessa società.

Ciò nonostante il giudice non ha potuto ordinare il reintegro. La nuova legge stabilisce infatti che esso è ammesso solo in caso di manifesta insussistenza del fatto che ha prodotto il licenziamento, ma la perdita dell'appalto c'era effettivamente stata e l'azienda l'aveva dimostrato. Quindi, anche se il licenziamento è considerato ingiusto (e magari motivato da altre ragioni), è possibile solo un risarcimento fino a un massimo di due annualità.

Vecchie e nuove regole a confronto

Ecco nel dettaglio come cambia la disciplina per i diversi tipi di licenziamenti individuali (nelle aziende con più di 15 dipendenti).
 

     Prima della riforma

   Dopo la riforma

Licenziamenti
disciplinari
















  Il licenziamento doveva avvenire:
per giusta causa, cioè condotte di particolare gravità che pregiudicano definitivamente il rapporto di fiducia tra azienda e lavoratore (es. il rifiuto di lavorare, l'insubordinazione, il furto in azienda ecc.) o
per giustificato motivo soggettivo, cioè condotte meno gravi ma che rendono difficile la prosecuzione del rapporto di lavoro (es. violazioni disciplinari).
Quando il giudice riteneva che questi requisiti non sussistessero dichiarava l'illegittimità del licenziamento e ordinava il reintegro del dipendente nel suo posto di lavoro.
 
  I requisiti del licenziamento disciplinare restano sostanzialmente gli stessi. Ma se tali requisiti mancano - e dunque il licenziamento è illegittimo - invece che reintegrare il dipendente, il datore di lavoro è obbligato a un risarcimento economico pari alla retribuzione da 15 a 24 mesi.
Se si accerta che il dipendente non ha commesso il fatto che ha dato origine al licenziamento, il giudice può disporre il reintegro e un'indennità pari alla retribuzione dovuta dal momento del licenziamento.




 
Licenziamenti
economici









  Il licenziamento doveva avere un giustificato motivo oggettivo, cioè non dipendente dalla condotta del lavoratore ma da "ragioni inerenti all'attività produttiva" (es. chiusura dell'attività, automazione della produzione, outsourcing ecc.).
Anche in questo caso l'insussistenza del requisito valido faceva scattare il reintegro.
 
  Come per i licenziamenti disciplinari, se il giudice stabilisce l'inesistenza dei presupposti obbliga il datore di lavoro a un risarcimento da 15 a 24 mensilità.
Il reintegro è previsto solo in caso di manifesta insussistenza del fatto che ha determinato il licenziamento (in pratica quando viene camuffato con ragioni economiche un licenziamento di altra natura).
 
Licenziamenti
discriminatori








  E' il licenziamento a causa dell'attività sindacale la partecipazione a uno sciopero, oppure dovute a motivi politici, religiosi, razziali o di sesso.
L'art. 18 condannava il datore di lavoro (qualunque sia il numero di dipendenti) alla riassunzione del dipendente, al risarcimento di un minimo di 5 mensilità e al versamento dei contributi arretrati.
  La riforma non modifica la disciplina.
Il dipendente ha in più la facoltà di richiedere invece del reintegro un risarcimento a 15 mensilità.





 

(A.D.M.)